Per motivi talvolta facilmente comprensibili, alcuni incontri lasciano il segno, sottraendo ad un Tempo che si fa diavolo eterno d’un patto che annebbia la memoria, quelle sensazioni offuscate sotto il peso di rughe sempre più marcate.

Dario Argento lo incontrammo per la prima volta undici anni fa, in un piccolo ristorante asiatico nella periferia di una Roma non ancora devastata dalla scure gestionale di governo e fu un innamoramento a prima vista. Gli chiedemmo un autografo, come spesso doveva accadergli, ed in cambio ottenemmo un invito a sederci al suo tavolo per cenare. Parlammo di cinema, noi che lo studiavamo e lui che lo insegnava, e trascorremmo due ore con una naturalezza che mai avremmo immaginato. Oggi, mutati gli scenari di un contesto sociale che non perdona fallimenti e rimembranze leggere, ci siamo nuovamente incontrati, nel salone della sua abitazione, abbracciati da un Tempo, questa volta, rispettoso della gentilezza e della cortesia dell’Ospite di casa.

Dario-Argento

Maestro, grazie innanzitutto per averci accordato questa intervista…

Dario Argento: e perché non avrei dovuto… grazie a voi.

Maestro, prima di cominciare possiamo rubargli un piccolo video per salutare i lettori di Asylum Magazine?

Maestro è nel pieno del lavoro per il prossimo Film, possiamo rubarle qualche anticipazione?

D.A.: Come certo saprai è il ritorno ai miei film gialli. Questa volta abbraccio l’etnia cinese ed il racconto si sviluppa nella Roma notturna e nella campagna laziale. Un lavoro che mi sta impegnando molto. A me e a Luciano Tovoli con il quale non facciamo altro che trascorrere pomeriggi a parlare di colori e atmosfere. Ma per il resto è ancora presto. Ci sta tanto da lavorare ed è meglio parlare di altro.

Allora vado un po’ indietro: cosa ha significato per lei realizzare un film come Suspiria dopo aver girato cinque pellicole che con l’horror vero e proprio non avevano alcun legame.

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D.A.: Ad un centro punto ho pensato che fosse necessario dare una sterzata alla mia produzione, venivo da pellicole thriller come L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code, le Mosche (Quattro mosche di velluto grigio n.d.r.), Profondo rosso e avvertivo l’esigenza di un qualcosa di differente, qualcosa che fosse più marcato e diretto, forse che andasse di pari passo con quello che accadeva attorno: gli anni di piombo, le rivoluzioni, i contrasti tra polizia e militanti. Si entrava in un mondo molto più “rosso” e il mio cinema doveva in qualche modo rispettare i canoni sociali. Poi, bisogna sempre dire che l’horror era il mio amore di gioventù: il gusto di quelle atmosfere tese e spaventose che mi avevano affascinato sin da ragazzo le avevo dentro e non mi avevano mai abbandonato, così decisi che era giunto il momento di portarle sul grande schermo. Credo che Suspiria sia un film fatto molto bene, non a caso ancora oggi, che sono trascorsi 40 anni, è uno dei miei lavori maggiormente apprezzati soprattutto all’estero, reputati quasi una pietra miliare del genere. Consideri che la settimana scorsa ero a Lione per il Festival Lumière e vedere con che passione e calore il pubblico ha assistito alla proiezione di Suspiria mi ha davvero emozionato. Fuori i confini italiani, un film come quello girato nel ’77 ha ancora un fascino assoluto: in Francia, in America, in Giappone, Suspiria è un film che non ha età. E invece pensi, che quando uscì, fu tutto fuorché un successo: il pubblico si aspettava un film dell’Argento che conosceva, con tratti noir, ma senza un impatto visivo che facesse venir voglia di voltare lo sguardo, io invece ero pronto ad un passaggio che avrebbe ridisegnato completamente un genere. Basti pensare all’utilizzo delle luci e alla musica presente nel film: un lavoro, quello con i Goblin, che ha precorso completamente i tempi, utilizzare un rock progressivo era quasi impensato per quegli anni.

Messa come la sta presentando lei ci verrebbe da porre una domanda retorica: sono passati 40 anni e ci è stato proposto il remake di Suspiria. Secondo lei ce ne era bisogno?

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D.A.: Guardi a me non va di parlare del remake di Suspiria, primo perché non lo identifico affatto come un remake, poi perché credo che ognuno sia libero di fare quello che desidera. Come ho già detto in altre occasioni, non credo che Luca Guadagnino fosse adatto a questo genere di film. E lo dico senza cattiveria. Da Luca sono stato anche invitato a Varese sul set, ma ho preferito non andare perché non amo vedere come qualcosa che senti appartenerti, venga completamente stravolto. Poi c’è anche da dire che sono due film assolutamente diversi: lo ha chiamato Suspiria, ci ha messo i nomi di Suspiria, forse i toni, ma quello è un suo film, non un film all’Argento.

Ma se allarghiamo un po’ il discorso, secondo lei c’è l’esigenza di “appoggiarsi” a storie già portate sullo schermo e rileggerle una seconda o terza volta invece che progettare una storia nuova? Pensiamo anche alla recente uscita americana e già ampiamente criticata, di Pet Sematary, ad esempio.

D.A.: Lei mi chiede un consiglio, ma io sono l’ultima persona che può e vuole darlo. Non saprei se c’è l’esigenza, forse posso presumere che sia più vantaggioso farlo: ci si porta appresso un nome e indirettamente anche un pubblico. Ma come le ho detto non ci vedo nulla di male. Ognuno fa i film che desidera e che può fare e a me non piace né criticare, né fare il moralista.

E allora, allontaniamoci dalle critiche e dalle morali, ma restiamo vicini al nostro cinema, nostro inteso come cinema di genere e di nazionalità. In che direzione si sta muovendo il cinema horror nostrano?

D.A.: In nessuna direzione. Credo che il cinema di genere orami non esista più e da parecchi anni, purtroppo è così. In Italia abbiamo la commedia che funziona e a tutti sta bene così. Il resto è davvero poca cosa. Il nostro cinema è ridotto ad un prodotto televisivo e a mio giudizio scarsamente interessante. Per assurdo se si vuol vedere un cinema horror di valore bisogna andare in paesi culturalmente assai distanti dal nostro: come la Corea del sud, dove fanno dei film horror assai interessanti e dove ancora il centro della storia è la vicissitudine psicologica dei personaggi. Bei film sono anche quelli prodotti in Giappone, Brasile, Argentina e Messico. Storie assolutamente da vedere e portate sullo schermo con budget assai ridotti.

E in Italia secondo lei perché non lo si riesce a fare: perché non si ha più la voglia di provare o perché si preferisce il porto sicuro di prodotti ad incasso certo.

D.A.: La verità è che siamo corrotti dalle fiction televisive, anche il cinema oramai ricalca il prodotto televisivo, che poi nel nostro caso presenta sempre delle assolute baggianate. Le nostre serie non sono come quelle americane, le nostre, mi passi il termine, sono assolute “fregnacce”. Però il pubblico questo desidera e quindi in un certo senso, va anche rispettato.

Ma secondo lei è il pubblico che si è adeguato a quello che viene proposto o quello che viene proposto si è adeguato all’abbassamento culturale manifesto.

D.A.: Bella domanda… ma per assurdo credo che entrambe le supposizioni siano veritiere.

Per chiudere, uno sguardo particolarmente attento lei lo ha sempre prestato ai giovani. Un diciottenne di oggi che non ha vissuto gli anni di Profondo Rosso, Suspiria, Phenomena, che non ha vissuto quella comunicazione di sensazione e paura attraverso una costruzione diegetica e narrativa assolutamente rispettosa del pathos, come può comprendere cosa volesse dire girare e produrre quei film, in quegli anni?

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D.A.: In quegli anni ognuno aveva la libertà di fare il film che desiderava fare, che amava portare sul grande schermo, si era meno indottrinati dalle esigenze commerciali, era maggiormente accettato il rischio. Oggi solo parlarne mette paura. Oggi c’è una massificazione che mette spavento. Se un film vende si pensa subito ad un sequel. Se una serie ha successo si gira la seconda, se non lo ha, si toglie dal palinsesto. Oggi non esiste più il pubblico, esiste l’audience. Però ciò non vuol dire che un diciottenne non possa comprendere cosa volesse dire fare un film seguendo i propri credo. La maggior parte dei ragazzi quando si trova a vedere un film “datato”, come può essere appunto Profondo Rosso o pellicole di altri colleghi, fatte bene, strutturate a modo, impegnate, gli riconoscono il valore che hanno, ne parlano, li consigliano agli amici. Questa credo sia forse la vera e unica linfa che permette a un certo genere di pellicole di appropriarsi del termine di immortalità. Una sorta di naturale transfer che permette a noi tutti di non subire gli scempi irrispettosi del tempo nonostante siamo alla soglia delle ultime primavere.

Claudio Miani

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