Quando nel dicembre 2001 all’età di 57 anni si spense la luce di Florian Fricke, a causa di un infarto cardiaco, il maestro Werner Herzog comunicò: “Profondamente commosso, ho cercato di persuadermi che fosse solo una voce che Florian non fosse più su questo pianeta, ma poi una strana certezza prevalse. In un certo senso è ancora in mezzo a noi, con la sua voce, la sua musica, anche se nascosto lontano, lui non ci ha veramente lasciato”.

popol vuh 8Ora non sta a noi giudicare l’importanza di Herzog nella storia del cinema mondiale, ma basta andare semplicemente in rete per comprendere quanto il regista tedesco lo abbia influenzato attraverso opere leggendarie, ma anche con la propria vita ai limiti del credibile. Herzog e Fricke si conobbero ventenni a Monaco di Baviera nel ‘67 con la passione comune per il cinema e per la musica (Florian era anche un critico cinematografico e aspirante regista), ma soprattutto animati da quello spirito di ricerca che è il filo comune di esistenze destinate a lasciare un segno indelebile nella storia.

Herzog stava ultimando il suo primo lungometraggio Segni di vita, girato perlopiù nell’isola di Kos in Grecia, e Florian fu coinvolto dal regista comparendo nella pellicola come pianista. Da quel momento si cementò il rapporto tra i due che sfociò nella realizzazione delle colonne sonore dei film più rappresentativi del maestro tedesco. Florian le firmò con il nome del gruppo che lui stesso fondò nel 1969 assieme a Frank Fiedler e Holger Trulzsch:  Popol Vuh. Scelse quel nome perché immerso nella lettura profonda del libro sacro al popolo Maya-Quichè, narrante a carattere simbolico-esoterico, della Creazione e delle lotte immani degli Dei del Guatemala contro le Forze Oscure. E’ considerato uno degli scritti più antichi dell’umanità e probabilmente mutuato dal Teo Amoxtli, il libro divino dei Toltechi. Per qualche strana coincidenza nel 1972 in Norvegia, un altro gruppo di progressive rock si chiamò con lo stesso nome, tramutandolo successivamente in Popol Ace nel 1974 onde evitare confusioni con l’ensemble tedesco.

Popol Vuh 1Dopo la fondazione del gruppo nei primi mesi del 1969, Florian e suoi amici, coadiuvati dalla moglie omeopata Bettina Fricke, passarono circa un anno rintanati in una fattoria a 80 chilometri da Monaco di Baviera, percorrendo itinerari musicali sconosciuti che li condussero ad Affenstunde, il loro primo album. L’etichetta americana Liberty lo pubblicò nel 1970 per merito del manager Gerhard Augustin, che riconobbe immediatamente il genio di Florian proponendogli un contratto discografico. Affenstunde è un lavoro ancora oggi di difficile interpretazione, dove il Moog venne spremuto per coglierne l’essenza cosmica raggiungendo vette di ineguagliabile profondità e luce, non a caso Florian fu scelto dai Tangerine Dream per suonarlo in un movimento nell’album Zeit del 1972, considerato unanimemente una pietra miliare della Kosmische Musik. Il passo successivo ad Affenstunde è In den garten pharaos del 1971 dove la ricerca dei segreti sulla creazione dell’universo e della vita si fa più profonda, mescolando caos e grazia sublime, effetti elettronici e ritmi tribali fino alla seconda traccia Vuh registrata nella cattedrale di Baumberg in Baviera, dove  Florian utilizza anche l’organo a canne della chiesa in modo sorprendente in un continuum musicale che lo condurrà alla sillaba sacra Om, all’origine di ogni cosa.

Riportiamo quello che ci confessò anni orsono il nostro amico Klaus Wiese – in quel periodo unitosi al gruppo con la sua tambura (strumento indiano a corde), ma soprattutto col suo furgoncino Wolkswagen indispensabile per le interminabili registrazioni nella cattedrale – racconta Klaus: “Florian era un pianista eccelso, sapeva creare intorno a sé un alone di magnetismo, era là con noi ma sembrava lontano, come se stesse dialogando con entità che solo lui poteva sentire e vedere”. Forse le lunghe letture di Eckart, di Bohme e della Bibbia facilitarono la trasformazione e le scelte musicali di Florian, oltre un lungo viaggio che dai Balcani lo portò fino in Nepal, come rivelato dallo stesso Wiese nel testo Made in Germany di G. Gasparetti.

“Nel corso degli anni, la musica è diventata per me una forma di preghiera, capace di toccare lo spirito”.

Popol Vuh 2

Con queste parole Florian schiude le porte dell’anima e inizia a cercare Dio. Da qui niente sarà più lo stesso, passerà dalla ricerca elettronica del Moog agli strumenti acustici che secondo lui “possiedono uno spirito, una vibrazione particolare”, torna a suonare il pianoforte e come un nucleo atomico fa con gli elettroni, attira a sé musicisti e anime affini. Spariscono Trulzsch e Fiedler, si uniscono invece oltre il già citato Klaus Wiese alla tambura, Conny Veit alla chitarra, Bob Eliscu all’oboe, Frizt Sonnleitner al violino e la voce soprana della coreana Djong Yun; per dar vita al capolavoro assoluto: Hosianna Mantra”.

Tutti gli artisti divengono parte integrante di un percorso sciamanico/musicale che affonda le radici nella ricerca di quei suoni che elevassero lo spirito umano verso il Divino, superando gli ostacoli della mente condizionata. Qui le differenze tra misticismo occidentale e orientale vengono superate, si sciolgono insieme tra invocazioni e mantra, l’Om si confonde col Kyrie, la Bibbia con le Upanishad, non ci sono più divisioni geografiche e culturali, solo l’uomo che si ricongiunge con la realtà ultima, con Dio. Hosianna Mantra è il vertice di tutta l’opera del gruppo, come un’epifania la musica si generò dall’essenza divina di ogni singolo partecipante, creando un affresco sonoro perfettamente equilibrato. Chiunque in ogni tempo, attraverso l’ascolto attento potrà sintonizzarsi e vibrare alle frequenze della propria anima.

Il successivo Seligpreisung segna l’inizio di una serie di lavori che vedranno cimentarsi musicisti di vario genere tra i quali Daniel Fichelscher, Alois Gromer (Al Gromer Khan), Ted de Jong, Renate Knaup e Susan Goetting, che si alterneranno nel gruppo, dando alla luce una quindicina di album,   comprese colonne sonore, fino al 1999 prima della scomparsa di Florian.

Popol Vuh 3Consegniamo alle riflessioni di un altro monumento della storia della musica contemporanea, Klaus Schulze, del quale parleremo prestissimo, il compito di tracciare un ritratto della figura di Florian Fricke:

“E’ sempre triste scrivere di colleghi che ci hanno lasciato troppo presto. Abbiamo rivoluzionato la musica in molti modi durante gli anni sessanta e settanta, influenzando molti musicisti che sono venuti dopo di noi, che sono famosi oggi e avranno un impatto sulla musica delle generazioni a venire. Florian era e rimane un importante precursore della musica etnica e religiosa contemporanea. Scelse la musica elettronica e il suo Big Moog, che comprai da lui in seguito, per liberarsi dalle restrizioni della musica tradizionale, ma presto scoprii che non lo utilizzò molto optando invece per un percorso acustico. Ha continuato a creare un nuovo mondo, che Werner Herzog ama così tanto, trasformando il modello di pensiero della musica elettronica nel linguaggio della musica etnica acustica. Tutto questo può essere raggiunto solo se investi tutta la tua anima nel dedicarti totalmente alla tua musica. Energia e vitalità sono sacrificate, senza compromessi… qualcosa che manca molto tra i musicisti e compositori odierni, ma forse oggi le cose si approcciano ad un livello più superficiale e spaventato. Il nostro impegno era molto radicale e sconsiderato, anche quando si trattava della nostra salute e della nostra morale… nient’altro che la musica importava! Oggi mi rendo conto che i musicisti di quei giorni, come noi, vivono di rendita a partire dai 50 anni, alcuni di più, altri meno. Ma ciò che abbiamo creato compensa il sacrificio di aver trascorso meno tempo su questo pianeta, addio Florian”.

Forse da queste parole riusciamo a capire l’accelerazione che Florian e il suo gruppo diedero negli anni settanta, alla scena musicale tedesca e mondiale.  Le regole furono abbandonate, stracciate e riscritte, sperimentando nuove sonorità, sia elettroniche – Florian fu uno dei primi ad esplorare ed utilizzare le capacità di un costosissimo Big Moog, dopo averlo ascoltato da Eberhard Schoener –   ma successivamente, soprattutto acustiche, creando di fatto uno stile musicale metafisico mai più eguagliato, che sfociò negli anni a venire, molto spesso maldestramente, nell’ambient e nella new age. Vi rimandiamo a testi e siti specializzati per approfondire la conoscenza sulle opere dei Popol Vuh, mentre noi ci concentriamo su un lavoro specifico, quello del 1978: Nosferatu.

popol vuh 5

“Chi cerca Dio incontra il Diavolo”, questo perché il passaggio è d’obbligo per ogni ricercatore dello spirito. Qui la veste del Diavolo in comune tra Werner Herzog e Florian Fricke ha un nome e un volto: Klaus Kinski. Ovviamente questa è una forzatura, ma la figura inquietante dell’attore tedesco, scomparso nel 1991, contribuisce notevolmente all’accostamento. Herzog scelse proprio lui, conosciuto in gioventù nella pensione di Monaco dove risiedeva coi genitori, come protagonista del ciclo di opere più importanti della sua carriera: Aguirre, furore di Dio del 1972, Woyzeck e Nosferatu il principe della notte, del 1979, Fitzcarraldo del 1982 e Cobra Verde del 1987, guarda caso tutte musicate da Florian e il suo gruppo (eccezion fatta per Woyzeck che contiene brani di musica classica e una misteriosa traccia all’inizio dei titoli di coda). A questo punto non ci meravigliano affatto i racconti delle liti clamorose sui set dei vari film tra Herzog e Kinski né tantomeno le dichiarazioni della prima figlia dell’attore Pola Kinski che nel suo libro Kindermund denuncia il padre, dopo oltre vent’anni dalla scomparsa, di averla abusata sessualmente dall’età di 5 anni sino ai 19.

Sottolineiamo che anche Herzog come Florian ebbe sin da ragazzo attitudini e coinvolgimenti quantomeno singolari legati alla mistica, abbracciò la fede cattolica a 14 anni opponendosi ai genitori, e nel corso della sua vita intraprese lunghissimi viaggi a piedi come riti iniziatici e purificatori. Anime inquiete in continua ricerca di qualcosa che potesse svelargli verità profonde, lo fecero mediante la loro arte, attraverso il genio non comune che li sosteneva, incontrandosi in quei territori affini, dove le emozioni prendono forma come immagini e suoni, a volte separatamente, in altre mirabilmente fusi. Naturalmente questo percorso spirituale doveva confrontarsi con l’oscurità insita nell’uomo e questo, a nostro avviso avvenne mirabilmente in Nosferatu, il principe della notte.

nosferatu ideale

Herzog rese omaggio alla pellicola muta del grande regista tedesco F.W. Murnau: Nosferatu il vampiro del 1922, interpretata da Max Schreck e tratta liberamente dal romanzo di Bram Stoker: Dracula del 1897. Per ragioni di diritti gli eredi irlandesi di Stocker denunciarono Murnau e fu ordinato di distruggere tutte le copie esistenti del film, una soltanto si salvò, custodita clandestinamente dallo stesso regista, donandoci la facoltà di godere ancora oggi, di quello che la critica unanimemente giudica una pietra miliare della cinematografia mondiale. Herzog ricalca fedelmente il capolavoro di Murnau avendo la possibilità di reinserire i nomi originali del romanzo per scaduti diritti, affidando il ruolo del conte Dracula ad un monumentale Klaus Kinski semplicemente a suo agio nelle vesti del vampiro della Transilvania, mentre affida alla moglie dell’epoca il ruolo di Mina e ad una ventiquattrenne, Isabelle Adjani, quello di Lucy.

Molto si è scritto delle discussioni sul set tra Kinski ed Herzog, e delle implicazioni psicologico-esoteriche della figura del vampiro, ma per chi scrive, il rito di passaggio immortalato nel film è nella mano del doganiere che ispeziona le bare di Nosferatu infestate dai topi: ebbene la mano è proprio quella di Herzog, il solo che ebbe il coraggio di farlo! La colonna sonora è come detto affidata a Florian e al suo gruppo tranne due brani classici di Wagner e Gounod, ed uscì spalmata su due vinili. Il primo Brüder Des Schattens – Söhne Des Lichts fu pubblicato dalla Brain nel 1978, nello stesso anno il secondo Nosferatu/On the Way to a little Way uscì in Francia per l’etichetta Egg, ma solamente un quarto del materiale sonoro fu utilizzato nel film.  In pratica, per questioni di accordi mancati tra le due etichette, per avere l’intera colonna sonora del film si dovettero al tempo acquistare due album, successivamente riuniti in doppio cd dalla High Tide e finalmente ristampati in vinile dalla Vaxwork nel 2015.

Popol Vuh 4Prima di redigere il presente articolo abbiamo riascoltato il primo vinile originale e siamo rimasti impressionati come la prima volta: Brüder Des Schattens – Söhne Des Lichts (Fratelli dell’ombra –Figli della luce) è una suite di circa 19 minuti dove l’impatto è profondamente emozionante, il coro sacrale del Münchner Kirchenchor accompagnato dall’oboe di Eliscu, sembra provenire da qualche monastero proibito, lo riconosciamo è insito da secoli nelle nostre coscienze. Come è impressa nelle nostre memorie ancestrali la luce che ne segue, magistralmente evocata dalle chitarre di Fichelscher e dal sitar di Alois Gromer. Le atmosfere dei successivi brani Höre Der Du Wagst (Ascolta il coraggioso), Das Schloss des Irrtums (Il castello dell’errore) e Die Umkehr (L’inversione) propongono qualcosa aldilà dello spazio/tempo; Fricke al piano crea suoni provenienti da altre dimensioni, quelle più sottili, quelle dell’anima, Ted De Jong alla tamboura ci ricorda che l’oriente non è geografico ma una dimensione dell’essere. E’ assolutamente incredibile che una musica perfettamente aderente alle immagini scure e inquietanti del più celebre vampiro della storia, ascoltata separatamente possa condurci alle soglie della luce di Dio, qui misuriamo la grandezza di Florian e di chi lo scelse. Abbiamo riascoltato invece On the Way to a little Way sul Tubo, quindi la qualità sonora non ci ha aiutato, ma anche in questo caso abbiamo riconosciuto i suoni e le atmosfere che la nostra coscienza conosce bene, forse frutto di diverse incarnazioni. Abbiamo ripercorso le strade di antiche città scomparse e misteriose, abbiamo solcato i cieli aggrappati a Garuda, e siamo giunti alla fonte dell’Amrita, l’acqua della vita eterna.

Grazie Florian a te a tutti i tuoi compagni di viaggio: hai incontrato il Diavolo, hai compreso l’inganno, adesso sei con Dio.

“Lasciateci fare musica, musica che faccia del bene, che renda interiore ciò che è esteriore. E una volta giunti a tanto, restiamo uniti: Pace e Gioia!” (Florian Fricke).

Mauro Malgrande

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: