Sono trascorsi quasi settant’anni dall’omicidio di Annarella Bracci. Insieme con Rina Fort, la «belva di San Gregorio» che riempì le pagine della cronaca nera tra novembre e dicembre del 1946, quello della Bracci fu il primo vero «caso», giudiziario oltreché di cronaca, divampato nell’Italia povera e renitente, feroce e sorridente del secondo dopoguerra. Ancor oggi a Primavalle perfino i giovani conoscono bene la storia di quell’omicidio efferato; un episodio che marchiò il quartiere e attraverso cui si diffuse, con quello che seguì, la cattiva fama della zona.

Annarella Bracci aveva da poco compiuto dodici anni quando sparì la sera del 18 febbraio del 1950, di sabato grasso. Tuttavia la sua scomparsa fu denunciata solo il mercoledì successivo. L’ultima volta che fu vista, con un vicino di casa che poi si rivelò essere Lionello Egidi – il celebre «biondino», accusato dell’omicidio e poi assolto – stava vicino a una venditrice di castagne. I due si allontanarono insieme, ma l’uomo sostenne che si lasciarono subito dopo. Poco prima Annarella era stata notata alla fermata dell’autobus da Anna Cecchini, una bambina di tredici anni sua conoscente.

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Il 23 febbraio un rapporto del commissariato di Primavalle informa la procura della Repubblica che i tentativi di ritrovare la bambina scomparsa sono stati vani. La zona viene perlustrata palmo a palmo: si cerca in ogni anfratto, nei burroni, nei canali di scolo, fra i cespugli, ma neanche una muta di cani poliziotto porta ad alcun risultato.

Serpeggia ancora un moderato ottimismo. La foto della bambina viene spedita in tutte le questure d’Italia; tuttavia gli inquirenti sono convinti che non sia stata uccisa e che si trovi ancora a Primavalle, da qualche parte, nascosta, vicinissima al posto dove è stata probabilmente rapita da un malintenzionato.

Tre persone vengono fermate: si tratta di due uomini – l’Egidi e Adamo Moroni, rispettivamente di 35 e 38 anni – e della madre della piccola, Marta Fiocchi. L’intera borgata, teatro della vicenda, è impressionata e incredula.

Moroni, che risiede nel medesimo «lotto 25» della famiglia Bracci, viene rilasciato quasi subito: si vocifera che abbia intrattenuto una relazione con la madre della scomparsa, nel mentre ci si interroga sulle responsabilità di Marta e su che ruolo possa aver giocato nella vicenda.

Egidi è un uomo minuto, biondo, dallo sguardo fermo. Non sembra scomporsi. Sua moglie è incinta, ma pare che lui abbia avuto un bambino dalla cognata. Confessa, senza reticenze, di aver vissuto nel sottoscala dell’abitazione della famiglia Bracci: che mandava spesso a chiamare la piccola Anna, le faceva dei regali e che, la sera della scomparsa, aveva comprato per lei delle caldarroste.

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Si acuiscono i sospetti nei confronti della madre che, di là dagli insistiti maltrattamenti alla figlia, si trovava sotto inchiesta per una interruzione di gravidanza: un figlio non voluto, frutto probabile di una relazione, ch’era stata la causa scatenante della separazione col padre. All’istruttoria per l’aborto, Annarella aveva testimoniato contro di lei, e da questo episodio sarebbe scaturito il risentimento della madre nei confronti della figlia.

Marta Fiocchi permane in stato di fermo: l’accusano di sapere, di aver manovrato nell’ombra. Si indaga sulla rete di conoscenze della donna.

Ma siamo ormai all’epilogo: venerdì 3 marzo Melandro Bracci – nonno della piccola ed ex cantoniere delle ferrovie in pensione –, che batteva da giorni ogni angolo della contrada Torrevecchia, in seguito a un sogno premonitore («Nonno, sono morta. Vieni a cercarmi… Cammina che ti porto dove sto…», gli aveva sussurrato la bimba tirandogli un orlo del vestito), affacciatosi all’imboccatura di cemento di un pozzo nei pressi del viottolo «La Nebbia», avverte levarsi l’inconfondibile odore della morte. Ci vollero tre ore perché i vigili del fuoco, impegnati a dragare la palude, fossero richiamati e, dopo un primo sopralluogo, recuperassero e componessero le spoglie della nipote.

Poco distante furono rinvenuti alcuni abiti, fra cui le mutandine lacerate, la borsa per il carbone, la bottiglia dell’olio. L’autopsia stabilì che Annarella, dopo aver ricevuto quattro colpi al volto che l’avevano stordita, era stata gettata ancora viva in fondo al pozzo ed era morta, dunque, per annegamento la sera stessa del 18 febbraio, poche ore dopo essere uscita di casa per l’ultima volta.

Dinanzi a un’opinione pubblica divisa fra innocentisti e colpevolisti, il 18 gennaio del 1952 si concluse il processo di primo grado contro Lionello Egidi, imputato per l’omicidio di Annarella Bracci: la Corte assolse l’imputato «per insufficienza di prove»: lo stesso verdetto che avrebbe definitivamente chiuso la vicenda giudiziaria in Cassazione nel 1959, dinanzi a un uomo ormai imbolsito e sensibilmente invecchiato.

Un panetto di strutto, mezzo chilo di carbone, una bottiglia vuota, un paio di mutandine lacerate, una serata di nebbia: questi gli elementi che compongono il mistero.

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Annarella uscì dal lotto 25 verso le 19.30, con la sua sporta per il carbone, e con una bottiglia vuota per farsi prestare un po’ d’olio da qualche vicino. Non trovò l’olio, ma le venne regalato un po’ di strutto. Recatasi dal carbonaio, in largo Borromeo incontrò Anna Cecchini che la invitò a seguirla: ma rispose che stava aspettando la madre, e non poteva muoversi. Mentre era ancora con l’amica, le due si imbatterono in Egidi, cui Annarella chiese di comprarle da mangiare; l’amica proseguì verso il forno e, una volta tornata sui suoi passi, dopo qualche minuto la rivide, intenta a mangiare, seduta sul gradino della pasticceria.

Egidi non è più vicino a lei.

Annarella non aveva voglia di uscire, quella sera. Quando le era stato chiesto di provvedere a qualche commissione, aveva timidamente protestato. La sorellina piccola non smetteva di piangere, e la mamma le aveva dato venti lire per il carbone, tagliando corto: «Vai tu: i negozi sono tutti aperti, la borgata è piena di luci!»: in quel comando, vòlto a minimizzare per rassicurarla, se pure impartitole un po’ ruvidamente, si celavano, senza che nessuna delle due sapesse, le ultime parole fra la figlia e la madre.

Fatta eccezione per l’assassino, la Cecchini fu l’ultima ad aver visto Annarella ancora in vita. Da questo istante la sua immagine si dissolve, scompare nel nulla: gli attori del dramma, protagonisti, testimoni o semplici comparse, improvvisamente si perdono, confusi fra le voci e le maschere di un sabato di Carnevale.

Poi il palcoscenico si svuota. Resta solo silenzio. E si fa buio.

Riccardo D’Anna

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