Le sue mostre registrano sempre il tutto esaurito. Le sue opere vengono battute all’asta per svariati milioni di dollari. È probabilmente l’artista giapponese più conosciuta e amata al mondo.

Ma la sua scalata verso il successo è stata tappezzata di incredibili difficoltà, tanto stravaganti quanto lo è la sua indole artistica.

yayoi kusama chi è

Ha compiuto 90 anni nel 2019 Yayoi Kusama, la geniale provocatrice le cui opere sono esposte in mostre permanenti nei musei più importanti al mondo, tra i quali spiccano il Museum of Modern Art di New York, la Tate Modern di Londra e il National Museum of Modern Art di Tokyo. I suoi leggendari pois, le luci e i colori delle installazioni, l’uso degli specchi e l’onirica zucca gialla sono i suoi simboli più famosi, passati ormai alla storia dell’arte.

Chi è Yayoi Kusama: biografia dell’artista

Sembra dunque un lieto fine annunciato la parabola umana e artistica di Yayoi, eppure, la sua biografia dice tutt’altro.

Classe 1929, Kusama ha iniziato a dipingere all’età di 7 anni, in coincidenza con l’emergere dei disturbi mentali ed emotivi.

Il suo complicato mondo interiore si è evoluto in parallelo alla sua crescita, e a 10 anni sono cominciate le allucinazioni, sia visive che all’udito: vede un’aura intorno agli oggetti, e sente parlare piante e animali. Da questo momento, la pittura diventa il mezzo espressivo per comunicare al mondo il suo complicato stato emotivo.

yayoi kusama 1

Cresce in un Giappone arretrato e misogino. La sua iscrizione all’Istituto Municipale d’Arte di Kyoto viene vanificata quando la giovane Yayoi Kusama rifiuta le lezioni tradizionali, come la pittura in stile giapponese (nihonga). Non tollera inoltre il rapporto maestro-discepolo, poiché eccessivamente codificato. La madre tradizionalista ostacola la sua vocazione per la pittura e la costringe a seguire il padre durante i suoi incontri con le geishe. Da adolescente la convincono che il sesso sia qualcosa di sporco e che l’amore romantico non esista. Diventa fin troppo chiaro che per la ragazzina dotata ci vuole ben altra libertà di pensiero, non concessa dal Giappone dell’epoca.

Negli anni ’50 decide quindi di trasferirsi nel centro nevralgico delle nuove e prorompenti pulsioni artistiche: New York. Il potenziale sperimentale che respira nella Grande Mela la influenza particolarmente e nel 1959 il mondo scopre i primi lavori della serie Infinity Net, grandi tele lunghe quasi dieci metri, all’interno delle quali si ripetono ossessivamente infiniti punti di struttura e di centro. Dopo i primi difficili tempi negli States, passati a dipingere in continuazione per non pensare alla fame e al freddo, l’artista emergente si ritrova sempre di più al centro dell’avanguardia newyorchese.

Le opere di Yayoi Kusama

Intorno al 1961 realizza le Soft Sculptures, sculture morbide: le sue Infinity Nets si espandono al di là della tela, infrangono la dimensione del quadro divenendo tridimensionali.

yayoi kusama

I pois (mizutama) ricoprono tavoli, pavimenti, sedie, pareti. Queste opere, come la sua prima installazione Aggregation: One Thousand Boats Show, sono ricoperte di falli per sublimarne la paura.

In seguito dirà: “In genere gli artisti non esprimono in modo diretto i loro complessi, mentre io li scelgo come temi delle mie opere, insieme alle mie paure. Il solo pensiero che un oggetto allungato e sgraziato come un fallo possa entrare dentro di me, mi fa orrore. Ecco perché faccio tanti peni. L’idea di continuare a mangiare per tutta la vita porzioni di pasta sputata fuori da una macchina mi riempie di disgusto. Quindi faccio sculture a forma di maccheroni. Lavoro, lavoro e ancora lavoro finché non resto seppellita dal processo. È ciò che chiamo obliterazione”.

Da questo momento, le perversioni e i tabù sessuali della Kusama prendono forma. I turbolenti anni ’60 non risparmiano neanche lei e le rivoluzioni sociali vengono a bussare anche alla sua porta. Nel 1967 entra infatti in contatto con il movimento hippie, affascinata dal loro modo di vivere la sessualità e dal desiderio di maggior naturalità: “L’amore libero è un modo di riconoscere l’esistenza dell’altro, di creare rapporti di solidarietà attraverso atti sessuali squisitamente umani”. A Yayoi interessa il potenziale creativo di un corpo nudo e, nonostante le sue fobie sessuali, fa spogliare uomini e donne e dipinge rapidamente i corpi nudi. Purtroppo, però, i suoi problemi alla vista e le allucinazioni non accennano a diminuire.

Nel 1975 lascia definitivamente New York, e fa ritorno in Giappone. Trova una nazione profondamente cambiata. Ha perso, secondo le sue parole, “la parte migliore della propria storia per ricorrere ad una squallida modernizzazione”. È del 1977 la decisione di andare a vivere nell’ospedale psichiatrico Seiwa, per scelta personale. Ciononostante, la sua attività artistica non rallenta, e Yayoi continua a dipingere ogni giorno, nello studio a Shinjuku.

fiori rossi

Nel 1993, viene chiamata a rapporto dalla Biennale di Venezia, che la invita ufficialmente a rappresentare il Giappone. Per l’occasione, l’artista realizza un’abbagliante sala degli specchi con inserite delle zucche, che diventano subito un suo alter ego. Da questo momento inventa opere su commissioni, caratterizzate soprattutto da fiori giganti e piante colorate. Si fa conoscere dal grande pubblico per la collaborazione con Peter Gabriel nel video Love Town del 1994, in cui tutte le sue ossessioni più ricorrenti (pois, reticolati, cibo e sesso) finiscono nel mondo ipertrofico della canzone dell’ex Genesis.

Ancora, nel 2012 collabora con Marc Jacobs, direttore artistico di Louis Vuitton, con il quale svolge una delle più grandi collaborazioni artistiche per la maison francese. Vengono realizzati numerosi capi d’abbigliamento che riportano gli ossessivi pois, molto grandi e colorati, oltre a una linea di borse Louis Vuitton, dove vengono ripresi i modelli più iconici in cui la classica tela Monogram è sostituita dalla più prestigiosa pelle Monogram Vernis Dots Infinity.

Oggi, a 89 anni, Yayoi Kusama è ancora una degli artisti più prolifici della scena contemporanea. Produce ogni giorno nuove opere che vanno ad arricchire la collezione My Eternal Soul, esposta in parte in questo momento a Tokyo. Al centro della retrospettiva vi sono 270 opere che raccontano il pensiero più recente della pittrice, e che danno origine a una sintesi tra i vecchi lavori e quelli nuovi.

Anche in questo caso ricorrono gli stessi motivi: sembra quasi che l’artista dipinga ripensando alla giovane ragazza che era, ma con una prospettiva diversa. Kusama ha già completato più di 500 opere, con un lavoro finito ogni due o tre giorni. “Ciò che distingue – racconta Yusuke Minami, curatore principale del National Art Centre di Tokyole opere più recenti dalle precedenti, è il tocco pittorico più deciso e con maggiori dettagli”.

Kusama è consapevole di essere arrivata quasi alla fine della sua vita – si legge sul sito della Cnn –  e la nuova collezione sembra essere un regalo dell’artista per le nuove e future generazioni”.

Se la sua arte continua a far scalpore in patria, non è da meno nei suoi vecchi States. All’Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington, durante tutto il periodo dell’esposizione di Infinity Mirror, i visitatori hanno fatto lunghe file per ammirare i 70 anni di carriera della Kusama, raccontati quasi integralmente in questa eccitante esposizione. La mostra, curata nei minimi dettagli, ha comunque mantenuto quell’aspetto enigmatico e difficile da spiegare che è tipico delle creazioni di Yayoi. I visitatori vengono immersi in sei grandi stanze di specchi, riempite da immagini multicolor e da un moltiplicarsi di luci. Ogni spazio è costruito in modo tale che l’immagine rifletta all’infinito.

La mostra celebra anche il periodo dei pois, con una raccolta di lavori degli anni ’60, e pezzi più recenti della collezione My eternal soul. Infine, c’è l’immancabile grande zucca gialla a pois neri, il suo lavoro più simbolico e più conosciuto nel mondo.

Per celebrare la sua ormai leggendaria figura, è uscito nelle sale statunitensi, il 7 settembre scorso, un documentario che ripercorre la sua lunga e affascinante storia, dagli esordi a oggi, intrecciando vita privata e pubblica, ricerca artistica e storia personale, dal simbolico titolo Infinity (diretto da Heather Lenz).

Nicolò Palmieri

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