A oltre quarant’anni dal successo de La casa dalle finestre che ridono, il maestro Pupi Avati torna dietro la macchina da presa per dirigere un altro horror. Diversi i punti in comune con la pellicola cult degli anni’70. A partire dall’ambientazione rurale, passando per la spinosa questione religiosa, sino ad arrivare all’interpretazione di Gianni Cavina e Gianni Cavina.

Tratto dall’omonimo romanzo dello stesso regista, Il Signor Diavolo non brilla certo per originalità. Eppure alcuni espedienti narrativi più classicheggianti, come l’utilizzo di flashback soggettivi e la ricostruzione dell’intreccio attraverso gli occhi e l’immaginazione del suo protagonista, si rivelano tutt’oggi piuttosto efficaci.   

Strizzando l’occhio al cinema horror gotico e ancor più al giallo italiano, tanto in voga a cavallo degli anni’60 e ‘70, Pupi Avati si fa largo negli orrori di provincia inscenando alcuni biechi crimini d’infanzia, al solo scopo di mostrarci la complessità e al contempo la fragilità dell’animo umano.
In bilico costante tra fanatismo religioso e semplice suggestione, la pellicola procede sui binari del thriller investigativo, spostandosi da Roma a Venezia, per finalmente far scalo nel cuore di un grigio paesino campestre. Lo spettatore si trova così rapidamente coinvolto in un viaggio alla ricerca della verità attraverso le credenze popolari, in un quello che sembra avere tutte le carte in regole per diventare un duro scontro tra ragione e superstizione.

Affidandosi a scenografie minimali e a una fotografia fredda quanto desaturata, Il Signor Diavolo prova a riesumare le atmosfere e l’estetica care al gotico padano, riuscendoci però solo in parte. Complice forse la scelta di girare in digitale e utilizzare, seppur raramente, una poco convincente cgi, la pellicola sembra di tanto in tanto perdersi sotto il profilo visivo, finendo per non soddisfare appieno. Gli effetti speciali del mago Sergio Stivaletti sono ridotti all’osso e non propriamente sfruttati, così come le affascinanti locations, troppo spesso imprigionate da inquadrature piatte e senza carattere. Persino i temi musicali appaiono talvolta fuori luogo, incapaci di supportare l’azione, negando la possibilità di costruire veri momenti di tensione durante la visione.

In più di un’occasione si ha infatti la sensazione di assistere a un prodotto pensato più per la televisione che per il cinema. Dimostrazione di quanto detto la troviamo anche nel ritmo compassato, che richiama le fiction Rai, e in una durata complessiva davvero risicata per sbrogliare l’intreccio in modo appropriato. Nonostante la recitazione sia nella maggior parte dei casi convincente, lo scarso approfondimento dei personaggi e l’eccessiva sbrigatività con cui vengono affrontati certi passaggi inficiano la visione, rendendo macchinoso e poco scorrevole lo sviluppo della trama.

Non si capisce in realtà perché Avati non si sia attenuto in modo più zelante all’opera di partenza, specie considerando il fatto che sia stato lui stesso a scriverla, così come non abbia cercato di andare maggiormente in profondità, provando di tanto in tanto a calcare anche un po’ la mano.

Eppure non mancano i momenti piacevoli, così come qualche lodevole intuizione registica. Di certo poca cosa per poter sperare di rilanciare il genere horror in Italia.

Niccolò Ratto

4 Comments on “Il Signor Diavolo, Pupi Avati ritorna all’horror”

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