Una delle prime opere significative sul tema è Madre Giovanna degli Angeli (Matka Joanna od Aniolów), 1961, di Jerzy Kawalerowicz, che, attraverso la rielaborazione di un racconto di Jarosław Iwaszkiewicz, si ispira al celebre caso del convento di Loudun, monastero di orsoline ove si sarebbe verificato, nel 1634, il più famoso caso di possessione di massa della storia (Paracelso riteneva che i conventi pullulassero di spiriti demoniaci come gli Incubi). Altro esempio è Il Demonio, 1963, di Brunello Rondi, opera dal piglio antropologico.

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Pochi saranno comunque gli esempi fino all’esplodere del fenomeno de L’Esorcista, 1973, di William Friedkin, pietra miliare del cinema horror moderno, considerato, con La Notte dei morti viventi, 1968, di George Romero, uno spartiacque fra il cinema di genere precedente e quello attuale, con uno stile irruente e fulgidamente brutale che ha pochissimi precursori, fra i quali Mario Bava.

Dopo L’Esorcista, cominciarono a moltiplicarsi opere spettacolari quanto, talvolta, scialbe e banali, soprattutto americane, relative a casi di possessione sempre più feroci e devastanti: da Abby, 1974, di William Girdler (praticamente una copia del film di Friedkin), al turco Seytan, 1974, di Metin  Erksan, dal cult messicano Alucarda, 1977, di Juan López Moctezuma, ai seguiti de L’Esorcista come Exorcist II: The Heretic, 1977, di John Boorman, fino ai recenti The Vatican Tapes, 2015, di Mark Neveldine, o Incarnate, 2016, di Brad Peyton, e il recentissimo The Possession of Hannah Grace, di Diederik Van Rooijen, uscito in Italia il 31 gennaio scorso.

Eppure, il Diavolo sobillatore della tradizione cristiana avrebbe intenzioni ben diverse da quelle degli antichi spiriti maligni, intendendo compromettere l’alleanza fra Dio e l’Umanità. Per farlo, gli converrebbe seguire la massima di Baudelaire secondo cui: “La più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esiste”.

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Nelle possessioni, invece, esso si presenta come un ignoto che esplode dilaniante e dirompente, affascinante e addirittura, rovescio della medaglia, a suo modo limpido e rassicurante, offrendoci una spettacolarizzazione un po’ dozzinale della battaglia fra il bene e il male. Dietro al fascino paradossale di questo tema è perciò possibile che vi sia qualcosa di più profondo, e, per scoprirlo, occorre concederci una digressione riguardo il fenomeno delle possessioni.

La figura del Diavolo è frutto di un lungo processo. Nell’Antico Testamento non figurano Diavoli come successivamente intesi. Il celeberrimo termine Satana (Satan) non compare nella Bibbia come nome proprio, ma come definizione generica e impersonale dal significato di Oppositore, Avversario, e sembra acquistare un carattere personale, comunque ancora vago e incerto, solo in alcuni passi (Zaccaria III, 1; Giobbe I e II; I Cronache XXI, 1).

La letteratura rabbinica conferisce a Satana una qualche specificità, identificandolo con un membro della classe degli Angeli Serafini (Seraphim), componenti di quelle Schiere Angeliche che traggono esse stesse origine da ben altre figure, persino divinità poi decadute e soppiantate dal nascente monoteismo, similmente agli stessi Demoni elaborati, in particolare, nel Talmud babilonese. Tutto ciò si accorda perfettamente con l’originaria natura indefinita della figura sacra dei Demoni pagani, per nulla opposta, anzi perfettamente risolta nella Sfera Divina.

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Laddove il Diavolo è inteso quale corrotto e maligno angelo caduto che reca caos, dissoluzione e divisione, il Demone originario, al contrario, congiunge, figura ermetica e tramite fra i mondi, la Sfera Sacra a quella profana.

La parola Demone deriva dal greco Daimon, che potrebbe a sua volta derivare dalla radice Das, insegnare, ricollegabile al sanscrito Dasmant, saggio. Si trattava dunque di potenze personificate non distinguibili, dal punto di vista morale e sostanziale, dai Theoi, o Dei, fatta eccezione per l’atteggiamento propositivo nei confronti del genere umano, che li rese intermediari fra gli dei e gli uomini, come il Daimon socratico.

Pian piano, in ambito cristiano e occidentale, al termine Demone venne affiancato, fino a farli coincidere, il termine Diavolo. Quest’ultimo viene fatto comunemente derivare dal termine greco Diaballo, ovvero Getto attraverso o Calunnio. Molto probabilmente, però, occorre farlo risalire al radicale indoeuropeo Dv, che può indicare l’idea della luminosità, tanto concreta quanto figurata, ma da cui derivano gli ariani Dhvan e Dvi, rispettivamente Morte e Temere, e il greco Deos, Terrore. Alla medesima origine va poi ascritta l’idea di dualità, dal Dva sanscrito al Duo latino. La figura del Diavolo, fortemente ambivalente ed ambigua, è dunque volta a rappresentare luce illuminante quanto abbacinante, ardimento quanto avventatezza, sapienza quanto tracotante perdizione, andando ad esacerbare, fino a fargli assumere tinte torve e terrifiche, l’elemento di audacia e rischio insito nell’accesso alla Sfera Divina fornito dai Demoni.

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Esso incarnava, prima d’essere ridotto a infingardo signore del male, le insidie dell’accesso alla dimensione sacra, nonché l’anelito anarchico e ribelle che invita ad affrontare con coraggio il rischio di uscire dal proprio recinto, non temendo l’effrazione di angusti e gretti limiti verso la padronanza e la liberazione.

In relazione a questo processo, le Possessioni, dipinte in molte opere, secondo la prospettiva cristiana e cattolica e al servizio dell’orrore, come orrende e perniciose maledizioni, sono in realtà reminiscenza e retaggio degenere delle più disparate esperienze mistiche pagane. Queste ultime erano volte, per quanto sconcertanti e pericolose, ad elevare ed arricchire, ponendo in contatto con una dimensione inusitata e trascendente, accesso alla conoscenza e ad un diverso piano dell’essere, a cominciare dalle visioni inviate in sogno dai Demoni come spiraglio del mondo sacro e ultraterreno.

D’altronde, in altre culture, possessioni analoghe a quelle demoniache vengono operate da differenti entità: basti pensare ai Loa, i Geni divini del Vudu, che invasano o cavalcano officianti e partecipanti ai rituali; alla Volpe spettrale giapponese Kitsunetsuki (Posseduto dalla Volpe), in grado di invadere e controllare la mente; oppure ai Djinn islamici, esseri spirituali che possono infestare luoghi o oggetti (come la celeberrima Lampada di Aladino), o possedere persone. Per questa ragione hanno dato al crudele Djinn di Wishmaster (1997, di Robert Kurtzman) atteggiamenti assimilabili a quelli di un diavolo infido e sardonico, che offre alle proprie vittime un patto analogo a quello fra Faust e Mefistofele.

Fra tali possessioni vanno naturalmente annoverate quelle di matrice orientale, come quelle di Hex (Xie), 1980, di Kuei Chih-Hung.

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Varie opere, come L’anticristo, 1974, di Alberto De Martino, The Last Exorcism, 2010, di Daniel Stamm o The Possession of Michael King, 2014, di David Jung, paiono approssimarsi pericolosamente a manifesti di propaganda cristiano/cattolica, sembrando propugnare un fervido irrazionalismo anti-scientista e propinare, in chiave spettacolare e spesso superficiale, discorsi reazionari sulla dissoluzione morale e sulla perdita di spiritualità.

Il diavolo in corpo: il sovversivo e la controversia

Alcune di esse osano però suggestioni prodotte da destabilizzanti elementi di ambiguità, controversia e mistero, utili a corroborare l’atmosfera della storia, sfruttando ad esempio ambienti e segreti vaticani, come in The Rite, 2011, di Mikael Hafström e The Devil Inside, 2012, di William Brent Bell, o attraverso un connubio di thriller poliziesco e horror demoniaco, come in Deliver Us from Evil, 2014, di Scott Derrickson.

In altre opere, invece, la controversia si fa autentica e consistente, come in The Exorcism of Emily Rose, 2005, di Scott Derrickson, misto di horror e legal thriller, ispirato all’oscuro caso, verificatosi nel 1976, della tedesca Anneliese Michel, morta in seguito a 20 rituali di esorcismo e della cui dipartita furono accusati i sacerdoti esecutori di tali riti.

Più ardito e fedele alla vicenda risulta però Requiem, 2006, di Hans-Christian Schmid. che si ispira al medesimo caso e instilla il dubbio che la protagonista, ragazza epilettica e religiosissima, sia stata piuttosto vittima della propria labilità e del fanatismo e dell’avventatezza di chi la circondava.

Ecco così che la presenza del Demonio che irrompe irruente può farsi spia di disagi o bisogni che occorre non rimuovere dalla propria prospettiva, allo stesso modo in cui può farsi veicolo di una critica sociale e politica.

Tornando ai primordi, infatti, laddove in Madre Giovanna degli angeli il regista, ispirandosi a Bergman e a Dreyer, ha scelto di raccontare le dimensioni carnale e spirituale, eludendo gli originali intenti libertari del racconto di ispirazione, Ken Russell, nel suo The Devils, 1971, ispirato ai medesimi eventi di Loudun, si scaglia inesorabilmente contro le istituzioni ecclesiastiche e non, scoperchiando gli intrighi politici e la patologia sociale sottese all’ossessione inquisitoria.

Tale furia sovversiva caratterizza anche pellicole come il cult nunsploitation Satanico Pandemonium: La Sexorcista, 1975, di Gilberto Martínez Solares, la cui protagonista, novizia tormentata dal Demonio, mostra, come la già citata Alucarda di Juan López Moctezuma, una certa connivenza con il suo aguzzino, visto come un liberatore dall’oppressione ecclesiastica. Il film è noto anche per aver ispirato il nome della fatale vampiressa interpretata da Salma Hayek in Dal Tramonto all‘Alba (From Dusk till Dawn), 1996, di Robert Rodriguez.

Altre opere sembrano proporre poi ulteriori forme di sottile critica, invocando ad esempio lo sfruttamento strumentale del corpo femminile, come in The Entity, 1981, di Sidney J. Furie, versione alternativa del tema classico, ispirato alla misteriosa, terrificante e truce vicenda di Doris Bither, che, dal 1974, sarebbe stata violata e tormentata per anni da un misterioso ed invisibile Spirito Errante.

Ne I Fratelli Karamazov, Dostoevskij, rifacendosi in parte a concetti presenti, ad esempio, in Goethe e Lermotov, definisce il Diavolo “la X nell’equazione indefinita”, ovvero l’elemento che giunge a far vacillare ogni fondamento verso un ignoto inafferrabile, destabilizzando la nostra prospettiva. E’ alfine questo vertiginoso brivido a conferire fascino alle varie opere sulle incursioni del Diavolo, indipendentemente dalla loro raffinatezza o significatività.

Simone Scardecchia

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