“Marley era morto, tanto per incominciare, e su questo non c’è alcun dubbio. Il registro della sua sepolutura era stato firmato dal sacerdote, dal chierico, dall’impresario delle pompe funebri e da colui che conduceva il funerale. Scrooge lo aveva firmato, ed alla Borsa il nome di Scrooge era buono per quasiasi cosa decidesse di firmare. Il vecchio Marley era morto come il chiodo di una porta”.

phantom-carriageAttraverso l’incipit di Un canto di Natale, forse il più famoso dei romanzi di Dickens, facciamo una incursione nella intertestualità: cosa avrà a che fare Charles Dickens, notissimo romanziere, con Victor Sjöström, (1879-1960) attore, sceneggiatore e regista svedese?

Il legame, anche se magari involontario da parte del secondo, nasce dal plot de Il carretto fantasma, film in bianco e nero del 1921, diretto ed interpretato dal regista stesso. Anzi, il collegamento, non così peregrino per similitudine di tematiche, va ricercato ancor prima: il film è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo della scrittrice Selma Lagerlöf, prima donna svedese ad ottenere il premio Nobel nel 1909, e fonte di ispirazione, con i suoi romanzi, per altre traduzioni in testo filmico. Una curiosità: proprio l’adattamento cinematografico di un altro romanzo dell’autrice fu il trampolino di lancio per la futura divina Greta Garbo: La leggenda di Gösta Berling, del 1924.

Muto ed in bianco e nero, anzi, virato seppia, almeno nella versione restaurata, non lasciatevi ingannare dalla quasi centenaria esistenza del fantasmatico carretto cinematografico: vale davvero la pena di vederlo, e l’efficacia degli effetti speciali è sorprendente.

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La trama, in breve: David Holm è uno sfaccendato ed un ubriacone, traviato da compagni dediti al bere ed al vagabondaggio. A causa delle sue attitudini la moglie lo ha abbandonato e vive, come lui, in stato di povertà con i due figli piccoli. Ogni potenziale ed apparente rinsavimento dell’uomo fallisce e lui ricade nei vizi e nell’aggressività nei confronti altrui, senza un minimo di autocritica, sentendosi vittima e non carnefice. Anche le cure della giovane Edit, volontaria dell’Esercito della Salvezza, la quale lo accoglie una notte presso la sede dell’associazione, e cerca di farlo riconciliare con la moglie, sembrano infruttuose. Al contrario, quando la ragazza, in fin di vita a causa della tubercolosi contratta proprio da lui lo chiama al suo capezzale, Holm rifiuta di visitarla sprezzantemente, fino ad un finale che non voglio anticipare ma che, seppur diverso da quello di Un canto di Natale, di simile ne ha il percorso fatto per arrivarci. Sta di fatto che le malefatte nei confronti della famiglia e di Edit compiute dal protagonista gli verranno mostrate da un singolare personaggio, ex compagno di scorribande, e tale ricostruzione potrebbe essere funzionale al ravvedimento. La presenza di questo etereo compagno (capirete il perché dell’aggettivante vedendo il film), ha una motivazione dettata da una leggenda tipica svedese: chiunque muoia in stato di iniquità alla mezzanotte del 31 dicembre sarà costretto a guidare il carretto fantasma della Morte, quello che raccoglie altre anime penitenti.

Attraverso una serie di flashbacks (il film inizia proprio al capezzale di Edit che manda a chiamare David, come il romanzo di Dickens inizia dal dato di fatto che Marley fosse morto), si compie la parabola della caduta sempre più in basso di Holm, fino all’epilogo della storia.

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L’utilizzo innovativo della multi-esposizione, tecnica già utilizzata un ventennio prima da George Méliès, delle sovrapposizioni e della camera posizionata angolarmente, soprattutto per la ripresa degli interni, recupera i parametri cari alla produzione dell’Espressionismo Tedesco, ma calati in una seppur straniante realtà. Le debolezze terrene sono contrapposte al fantastico. Holm non è Nosferatu: la sua cattiveria è quella di un essere umano, ma non è al contempo Caligari. I due piani di lettura tra ambienti domestici tetri ed ingialliti e l’azzurro del soprannaturale carretto si alternano magistralmente, soprattutto a considerare gli standard tecnici dell’epoca. Si potrebbe definire, questo, il film ancora contemporaneo alla corrente espressionistica, che ha determinato la nascita del cinema horror. Per molti cineasti, Kubrick ad esempio, (basti pensare alla famosa scena dell’accetta in Shining), la pellicola fu fonte di ispirazione. Fantastici i trucchi che mostrano lo spettrale carretto addirittura immergersi nelle acque e riemergere, durante le sue missioni notturne: da sottolineare che le sovraimpressioni furono girate direttamente in macchina.

Ottimo attore e regista Sjöström: chiamato successivamente ad Hollywood, insieme al collega Mauritz Stiller, ebbe una brillante carriera con il nome di Victor Seastrom.

Tutto considerato, l’omaggio a Dickens e l’intertestualità del topos, cinematograficamente parlando, sono un pretesto per promuovere un film sconosciuto spesso ai non addetti ai lavori, ma che intriga per la sua stupefacente modernità e intensità.

(Note: l’incipit di Un canto di Natale è tratto dalla traduzione in italiano presente nella edizione Tascabili Economici Newton, Roma, 1993, mentre la fonte bibliografica utilizzata è: Bordwell D. & Thompson K., Storia del cinema: un’introduzione, McGraw-Hill Companies S.r.l., Publishing Group Italia, Milano, 2010 – Edizione italiana a cura di David Bruni ed Elena Mosconi).

Roberta Maciocci

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