“Fu nell’estate del 1994, più di sei anni fa, che sentii parlare per la prima volta della fucilazione di Rafael Sánchez Mazas. In quel periodo mi erano da poco successe tre cose: la prima era stata la morte di mio padre; la seconda, mia moglie mi aveva lasciato; la terza, la decisione di abbandonare la carriera di scrittore”. E’ questo, l’ormai celebre, celebratissimo, incipit del best-seller Soldati di Salamina dello scrittore spagnolo Javier Cercas.

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Voglio ricordare questo avvio perché mi accadde qualcosa di analogo. Avevo pubblicato un paio di romanzi e altri due sarebbero usciti a breve, pure tutto era permeato da un dubbio, capace di anticipare e riassumere gli interrogativi d’una incipiente maturità: insomma ho già scritto la mia cosa migliore o devo continuare a provare? Perché poi, alla fine resta che il più bello dei mari è quello che non navigammo e, sul verso, in filigrana, quel giardino che cerchiamo sempre – e inutilmente – oltre il sogno, e dopo i luoghi perfetti dell’infanzia.

Anche per me la prima cosa che accadde in quel periodo fu la morte di mio padre, di cui ormai è trascorso da poco il decimo anniversario. Per questo, nel romanzo che stavo scrivendo allora (La figura di cera: una sorta di Conan Doyle con venature horror), decisi di inserire questo passaggio:

Lo sguardo fermo che ci eravamo scambiati con Piers era lo stesso di quella sera, come se da allora si fosse protratto nel tempo e avesse chiuso tacitamente il nostro colloquio. Aveva lo stesso significato, anche se non avevamo avuto modo di discuterne e non ce lo eravamo mai confessati l’un l’altro. Non ve n’era bisogno, perché avevamo sacrificato la vita di Richard in nome del buon senso e della ragione; ma, al contempo, sapevamo entrambi di aver provato la stessa pulsione: quella di bere a nostra volta il veleno e gettarci a capofitto in fondo al pozzo per afferrarlo e provare a riportarlo indietro, miracolosamente illeso e guarito per sempre dal morbo che lo aveva contaminato, e dalla morte.

londra (246)Per quanto mi fossi sforzato con tutto me stesso e in ogni modo non ci sono riuscito. E scrivere quella sorta di poliziesco-noir-horror fu un modo per esorcizzare la paura, il dolore, la solitudine, il contagio… Quando vidi allontanarsi mio padre, per l’ultima volta, non sapevo che fosse l’ultima. Eravamo al telefono e lui d’improvviso cominciò a parlarmi di tutto il tempo che suo padre aveva condiviso e dedicato a lui e a suo fratello, del poco che gli sembrava di aver dedicato e condiviso con noi.

Da sempre ritengo veritiero oltreché plausibile che vi sia una città dei morti sovrapposta alla metropoli dei vivi: anime intrappolate, piene di desiderio, aspirazione, rabbia, trattenute nei sogni, dalle nostre preghiere e dal nostro rimorso.

Il Wellington Cemetery è un rettangolo dalle spalle strette e, come tutti i luoghi gradualmente assimilati nel contesto urbano, assomiglia a un mendicante addormentato in una piazza, incurante della vita e dei rumori che gli si levano intorno.

Sorto fra il 1836 e il 1840, è uno dei sette principali cimiteri di Londra, e testimonia dell’espandersi della città dei morti a fronte della crescita progressiva della città dei vivi.

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In uno spazio silenziosamente rarefatto e delimitato, si ha l’impressione che la morte costituisca una eventualità astratta, non quell’eterno viaggio che ogni essere vivente sarà costretto a intraprendere con il suo fardello. Il verde del prato e la fitta chioma di qualche albero sussurrano all’orecchio un Requiescat in pace, e non è raro che, nelle ore del giorno, qualcuno lo attraversi di fretta per raggiungere l’adiacente stazione ferroviaria, o qualche madre vi si addentri a passo lento con una carrozzina per addormentare un bambino e riposare su una panchina.

In realtà il Wellington non è altro che il Brompton Cemetery, incastonato tra Chelsea e Kensington (lo stesso, per inciso, presso cui è svolta la scena della riesumazione nel primo Sherlock Holmes con Robert Downing junior e Jude Law), dove, nel 1957 aveva trovato sepoltura Luisa Casati, l’antica, blasonata amante di Gabriele d’Annunzio, sacerdotessa dei brillanti riti. Fu, tuttavia solo per una coincidenza che decisi di infondere nuova vita al fantasma della marchesa e di compiere un’incursione di notte nel cimitero londinese per “violarne” la tomba.

Incaricato da Paolo De Crescenzo, subito dopo la scomparsa di mio padre, avevo tradotto per GargoyleBooks Il morso sul collo, romanzo horror piuttosto Swinging London, siglato da quello strano ma suggestivo personaggio che fu Simon Raven. La vicenda – dopo una parentesi in Grecia, e ammiccando alla cultura classica o a una sua raffigurazione di comodo astratta e idealizzata – si concludeva tra Londra e Cambridge nel 1957. A quel punto capii due cose: che fare il traduttore non era un lavoro che mi si confacesse e, visitato il Brompton Cemetery e l’ultima residenza londinese della marchesa Casati (cui l’editore impose comunque uno pseudonimo per non incorrere in problemi legali con gli eredi…), che mi sarebbe piaciuto provare a scriverne un seguito, più strettamente legato, però, a quanto accaduto in quell’epoca, a persone realmente esistite e a contingenze storiche.

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La debole luce della torcia elettrica guizzò ai nostri piedi, esplorando meticolosamente il terreno, palmo a palmo, fin quando si posò su un piccolo monumento a forma di anfora.

[…] Cominciammo a scavare con maggiore attenzione, fino a quando l’intera copertura fu libera, aiutandoci, da ultimo, con una cazzuola. Tyrrel verificò la chiusura e si fece passare un martello e un lungo scalpello affilato. Capii che avrebbe prodotto inevitabilmente rumore e che eravamo entrati nella fase più delicata. Dopo aver tratto un largo respiro, sferrò un paio di colpi bene assestati e la serratura cedette. Poi uscimmo entrambi dalla fossa: Tyrrel mi passò la torcia, intimandomi di tenerla puntata verso il basso avvolta in uno straccio, come un rudimentale occhio di bue, per non farci scorgere.

Notai che si era costruito, per l’occasione, un ferro che fosse adatto alla circostanza: avvitò fra loro le due parti di un tubo metallico con una estremità schiacciata chiusa in un gomito ad angolo retto. Mentre gli davo luce, si distese, chinandosi fino a inserire il becco nella fessura e, facendo leva sulle braccia, riuscì a far ruotare lentamente il coperchio verso l’alto.

“È come pensavo”, commentò gravemente.

La stoffa che rivestiva l’interno appariva consunta e in qualche punto, fra chiazze di umidità piuttosto diffuse, si riuscivano a scorgere distintamente le venature del legno. Del corpo non vi era traccia. Un piccolo esemplare di pechinese giaceva imbalsamato, in posizione dormiente.

londra (242)Quando rividi la scena in sogno, nella bara era distesa una figura di donna dal volto bianchissimo, calcinato, ricoperto da un velo, e dalle mani madreperlacee raccolte sul petto, avvolta nelle spire di un serpente scuro.

Quando mio padre mi parlò al telefono per l’ultima volta non sapevo bene cosa rispondere. Provai a lenire la sua amarezza dicendogli che, in fondo, siamo qui solo per aiutarci a comprendere quella cosa strana che è la vita…

Non occorre sperare per intraprendere, ma neanche riuscire per perseverare. Penso che abbia ragione Susan Sontag circa il compito del romanziere: provare, con gli strumenti che si hanno, ad approfondire e, se necessario, a combattere il comune modo di comprendere il nostro destino.

Che poi si potrebbe tradurre, in termini forse più umani che letterari, come un cercare di non passare con indifferenza attraverso i giorni della propria vita. Tracciare un centro, attraversare territori, provare a preservare il poco che resta tra tutte le cose che decadono: sono queste le ragioni per cui si scrive. Perché, come insegna Fernando Bandini ne Il ritorno della comèta, è breve il passo tra la vita e il niente di noi mortali, ma lunga la rotta di questo involucro di stelle.

Riccardo D’Anna

1 Comments on “Da Vamp a vampiro: l’imprevista resurrezione della marchesa Casati”

  1. Approccio davvero interessante, soprattutto questo “…come un cercare di non passare con indifferenza attraverso i giorni della propria vita.”

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